I friulani si portano dentro il terremoto come un marchio: è lo spartiacque della storia di questa terra, ma anche della vita di ciascuno di coloro che l'hanno attraversata nei giorni o negli anni successivi alla scossa del 6 maggio 1976. Il Novecento non ha risparmiato niente, a nessuno e in nessuna parte del mondo. Ma qui da noi la vera cesura del secondo Novecento, che segna come un taglio netto la divaricazione tra il prima e il dopo, tra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati, è un'altra: sono gli interminabili 59 secondi in cui la terra tremò. La furia dell'Orcolat, quel minuto maledetto che sembrava non finire mai: e anche i mesi successivi, per ragioni diverse, parvero interminabili. I mesi nelle tende, e poi nelle baracche; i rimpianti, l'anelito a chi e a ciò che si era perduto per sempre; la fatica del mestiere di sopravvivere; lo spavento per le scosse che non smettevano mai, e la ricaduta dopo lo sconquasso del 15 settembre che cancellò anche tutto ciò che era rimasto in piedi; le proteste, che portarono tensione ma anche unità e solidarietà forse irripetibili, nella convinzione comune che "Un modon par omp e il Friûl al torne a plomp". Da lì si è ripartiti. E mentre il mondo intero veniva in soccorso, e le cronache si accorgevano di questo lembo estremo di penisola, iniziò l'operazione di immaginare un nuovo Friuli, ma "com'era e dov'era". Das Urheberrecht an bibliographischen und produktbeschreibenden Daten und an den bereitgestellten Bildern liegt bei Informazioni Editoriali, I.E. S.r.l., oder beim Herausgeber oder demjenigen, der die Genehmigung erteilt hat. Alle Rechte vorbehalten.